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JR e la coltivazione del mais. Di Luisa Di Paola

venerdì 22 marzo 2013

Luisa Di Paola è ricercatrice presso la Facoltà d’Ingegneria dell’Università Campus Biomedico.


Ingegnere chimico, si occupa di applicazioni che spaziano nel campo della biologia e delle biotecnologie:

1. biotecnologie per l’innovazione in campo energetico;

2. studio della struttura e delle funzioni delle molecole biologiche;

3. analisi di tecnologie biomediche per le terapie sostitutive (organi artificiali);

4. matematica applicata alla modellizzazione dei processi fisiologici (biologia dei sistemi)



JR e la coltivazione del mais


Nel 2050 in un remake di Dallas, la fortunata serie USA degli anni Ottanta, vedremmo un moderno JR, il tycoon petroliere protagonista famigerato della serie originale, entrare nella sua tenuta dove a perdita d’occhio si vede il vento della prateria accarezzare distese di mais, il suo nuovo giacimento di biodiesel.


E’ questo il futuro scenario dell’economia energetica degli USA, che punta all’indipendenza dal petrolio a partire dal 2050, allineandosi alle direttive dell’International Energy Agency(1). Lo scenario è destinato a cambiare in modo drastico nei prossimi anni, visto che ancora nel 2011 più dei quattro quinti dell’intero fabbisogno interno è stato coperto da fonti non rinnovabili (2). 
Questo significa cambiare non solo i processi produttivi, ma anche un modo di pensare che nel mondo occidentale fino a pochi anni fa, ha fatto coincidere il consumo (e lo spreco di energia) come un modo per promuovere l’economia, locale e globale.


I continui allarmi legati ai cambiamenti climatici e la necessità di trovare un sostituto ( o diversi sostituti) alle fonti non rinnovabili hanno cambiato in pochi anni i paradigmi di valutazione delle attività di utilizzo dell’energie, non solo in ambito economico. Oggi risparmiare energia significa promuovere l’economia, tanto che, in un quadro generale di grave crisi mondiale e nazionale, la green economy è l’unico settore in crescita (3).

La produzione di biocombustibili pone, tuttavia, delle questioni etiche: l’utilizzo di ampi appezzamenti coltivabili per la coltivazione di piante per la produzione di biocombustibili o l’utilizzo diretto di materie prime commestibili (mais, grano) costituiscono un rischio per popolazioni alla soglia della malnutrizione e denutrizione endemiche (4).

Cosa fare? 

Le soluzioni proposte prevedono l’utilizzo di scarti di lavorazione dell’industria agroalimentare: questa soluzione è in assoluto la più vantaggiosa, in quanto permetterebbe anche di ridurre la quantità di rifiuti solidi da smaltire, che diventerebbero una nuova fonte energetica.Questa strada è appena tracciata, ma diversi gruppi di ricerca in tutto il mondo stanno sviluppando delle metodologie affidabili per realizzare questa operazione congiunta di estrazione di combustibili e di smaltimento di rifiuti solidi.


D’altro canto, una soluzione meno adatta, ma che può rappresentare un ponte, in attesa che lo smaltimento dei rifiuti per la produzione di biocombustibili diventi attuabile a livello industriale, è rappresentata dalla coltivazione di aree incolte a piantagioni di vegetali non commestibili. Per esempio, la colza, che è usata da millenni nella rotazione delle colture,rappresenta un’ottima alternativa al mais per la produzione di biodiesel(5).


Insomma, la strada è appena all’inizio, ma ci porterà sicuramente a degli scenari più verdi, con il rispetto di tutti gli aspetti dell’attività produttiva, se si avrà l’intelligenza, si accetterà la sfida di“pensare globale”.






Luisa Di Paola




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