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In difesa della Chiesa sullo scandalo pedofilia.Ragioni e numeri di Enzo Bianchi, La Stampa

lunedì 8 aprile 2013

Un dato su tutti: dov'è piu' applicata una politica postconciliare i casi di pedofilia scendono clamorosamente. Laddove la Chiesa non lascia passare lo Spirito del Vaticano II la situazione peggiora. 



Periodicamente la tragica piaga degli abusi sui minori torna alla ribalta, quasi sempre legata al comportamento di persone - preti, religiosi, educatori con responsabilità all’interno della Chiesa cattolica. E questo nonostante i dati confermino ogni volta che la percentuale di tali crimini commessi all’interno delle istituzioni cattoliche non si discosti da quella relativa a qualsiasi tipo di istituzione che si prende cura dei minori, specialmente se prevede la convivenza quotidiana tra educatori e minori. Anche la diffusione di tale patologia nella società in generale è indipendente dalla prevalenza o meno della cultura, delle tradizioni e delle istituzioni cattoliche in un determinato paese.

In questa attenzione ormai morbosa verso i misfatti di tanti educatori cattolici, lascia un profondo rammarico il constatare che nei mezzi di comunicazione si privilegino accenti scandalistici e a effetto e si ignorino o sminuiscano dati di fatto o iniziative che tentano di porre rimedio e di sanare questa orribile piaga. Quasi mai, per esempio, ci si interroga su quanto abbiano fatto - o non fatto - anche le istituzioni diverse dalla Chiesa cattolica per offrire adeguata riparazione non solo economica alle vittime, per intervenire a prevenire il ripetersi di tali misfatti, per analizzare in modo documentato e interpretare il fenomeno, per prendersi cura anche dei colpevoli, così sovente vittime anch’essi di simili abusi durante la loro infanzia. A volte poi si accostano allo «scandalo-pedofilia» problematiche che lo riguardano in modo per lo meno opinabile: dal significato del celibato ecclesiastico all’influenza del clima conciliare nella Chiesa cattolica. E questo sovente con tesi preconcette che utilizzano i dati solo se e quando confermano l’opinione che già ci si è fatta della situazione o l’immagine che si vuole dare di una specifica realtà ecclesiale.

Emblematico in questo senso mi pare il modo in cui si è trattata la recente pubblicazione dei risultati dell’inchiesta svolta in Olanda da una commissione indipendente sugli abusi nei confronti dei minori ad opera di istituzioni della Chiesa cattolica. Non si pretende che chi ne parla debba leggersi l’intero dossier redatto in neerlandese, ma basterebbe attenersi alla dozzina di pagine dei quattro comunicati stampa in lingua inglese e si eviterebbero distorsioni e veri e propri travisamenti. Innanzitutto si sarebbe messo in rilievo che la commissione indipendente era stata voluta dalla stessa Chiesa cattolica olandese - diocesi e congregazioni religiose - proprio per avere uno sguardo oggettivo e critico non solo sui comportamenti dei preti pedofili ma soprattutto sulle modalità in cui vescovi e superiori religiosi hanno fatto o non hanno fatto fronte alla tragica situazione in oltre sessant’anni.

Inoltre si sarebbe potuto valutare meglio il contesto socio-culturale proprio all’Olanda, così diverso, per esempio, da quello dell’Irlanda e profondamente mutato dai primi Anni Quaranta a oggi: nei Paesi Bassi la Chiesa cattolica è fortemente minoritaria, nell’opinione pubblica sono presenti persino movimenti politici che caldeggiano la legalizzazione dei rapporti sessuali con i minori - tesi difese anche da alcuni opinionisti nostrani ora severissimi contro la Chiesa! -, come in altri Paesi dell’Europa settentrionale c’è meno tendenza all’omertà verso certi comportamenti e accuse...

Ancora più improprio mi appare l’accostamento delle cifre spaventose di abusi all’immagine della Chiesa olandese così aperta e all’avanguardia nella ricezione del Concilio Vaticano II, quasi a lasciar intendere che il clima di rinnovamento di quella stagione e l’episcopato più conciliare abbiano influito al terribile degrado. Ora, delle decine di migliaia di abusi di cui si è occupata la commissione, commessi tra il 1945 e il 2010, oltre l’ottanta per cento risale agli anni precedenti il Concilio. Come si può allora parlare onestamente di «disfatta postconciliare dell’ultraprogressista Chiesa olandese»? Come si possono collegare tali misfatti al «catechismo olandese», opera a suo tempo criticata dalle autorità ecclesiastiche per alcune posizioni teologiche ma non certo morali? Così come non è corretto proseguire in questa lettura fuorviante segnalando che «il principale interprete di questa Chiesa aperta al mondo e al suo spirito è il vescovo emerito di Rotterdam, Adriaan Van Luyn», in realtà un vescovo salesiano di grande discernimento ed equilibrio, stimato al punto da essere eletto presidente dei vescovi della Comece (la conferenza dei vescovi dell’Unione europea). Non a caso, stigmatizzando il comportamento del suo predecessore, la commissione d’inchiesta afferma: «Questa situazione (negativa) ebbe termine con l’allontanamento di mons. Bär e l’arrivo del suo successore Van Luyn».

Davvero non giova a nessuno speculare su simili tragedie: non certo alle vittime, né alla Chiesa, ma nemmeno alla società civile che evita in tal modo di porsi interrogativi fondamentali su un’etica condivisa e sulla degenerazione di un clima che disprezza l’altro e offende il più debole.


Redazione

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