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Neuroscienze: il caso di un ventitrenne che per due anni ha bevuto sangue umano.

mercoledì 3 aprile 2013

Lo psichiatra: colpa di stress post-traumatici: la morte del figlio e quella violenta dello zio.


Un ventitreenne, terzo di sei fratelli, è arrivato in clinica dopo due anni di «dipendenza» dal sangue umano. Il ragazzo aveva iniziato provocandosi tagli sulle braccia e sul torace con un rasoio per raccogliere e bere il proprio sangue da un bicchiere; quindi aveva sentito la curiosità di provare quello degli altri, finendo per essere incriminato varie volte per aver morso o ferito con un coltello le sue vittime; il ragazzo, dice Sar, provava piacere ad «assaggiare» la carne di persone ferite e aveva perfino costretto suo padre ad aiutarlo cercando di procurarsi plasma da una banca del sangue. «Il paziente durante le “crisi” dice di sentire il bisogno di bere immediatamente sangue, una necessità impellente tanto quanto quella di respirare. Questo benché consideri tale comportamento assurdo», spiega lo psichiatra. Il medico, scavando nella storia del giovane, ha scoperto che la sua «sete» di sangue è iniziata dopo due gravi eventi luttuosi che lo hanno colpito: la malattia e la morte della figlia di quattro mesi, tre anni prima, e l'uccisione di suo zio, di cui era stato testimone quattro anni prima. «Lo zio è morto fra le braccia del ragazzo, che tuttora ricorda il sangue della vittima sul viso. Per di più poco tempo dopo il paziente è stato testimone di un altro violento e sanguinoso omicidio, commesso da un amico».

Redazione

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