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Coca Cola e McDonald fuori dalla Bolivia. Di Valentina Russo

lunedì 27 maggio 2013

Una vittoria in due tappe quella della Bolivia: novembre 2011 e dicembre 2012. Due colossi mondiali sono stati messi alla porta grazie ad una politica anticapitalista, alla collaborazione dei cittadini ed ad una campagna a favore dei prodotti tradizionali.

Ed è proprio il senso di riappropriazione che ha spinto la popolazione boliviana a mettere alla porta i McBurger e McNugget’s, Coca Cola e Fanta e far posto a Empanadas – pane locale di farina o mais ripieno – e spazio alla Coca-Colla ed al Mocochinchè – bevanda tradizionale a base di nettare di pesca. Dietro questo ritorno alle origini, in onore all’adorata Pacha Mama, la Madre Terra che nutre e da sostentamento, non mancano motivazioni politiche ed economiche, condite con argomentazioni socio-salutiste, che spaziano dai problemi causati alla salute alla lotta allo sfruttamento. Infatti, McDonald’s e Coca-Cola sono ritenute essere il classico esempio dell’imperialismo economico che porta alla distruzione delle attività locali, monopolizza le regole di mercato e origina colossi economici capaci di influire sulle sfere politiche e sociali delle comunità locali.



Per la Coca-Cola, messa al bando dal 21-12-2012 - data della presunta fine del mondo, secondo il calendario Maya, c’è stata una vera e propria imposizione da parte del governo boliviano. Il fatidico giorno non è stato scelto a caso: la fine del mondo, ossia la fine dell’egemonia del capitalismo e l’inizio della cultura della vita. Per McDonald si è trattato di una scelta autonoma, poiché non è riuscito ad imporre il proprio marchio tra le abitudini alimentari del popolo boliviano. Tale risultato è stato raggiunto grazie alla collaborazione del popolo boliviano che ha disertato i fast-food, mandando in rosso i conti della società.

Quali sono, in dettaglio, le accuse rivolte alle due multinazionali?

Per la capolista dei fast-food primi tra tutti sono contestati i problemi alla salute causati dall’uso di grassi insaturi nelle fritture, per i quali la Corte Suprema della California ha condannato McDonald’s a pagare una multa di 8.5 milioni di dollari. Un’inchiesta di Greenpeace dal nome “Contrabbandare gli OGM di nascosto”, ha rivelato anche l’utilizzo di Organismi Modificati Geneticamente (OGM) nei McNugget’s, che farebbero risalire ai laboratori della famigerata Monsanto (USA). Sempre secondo Greenpeace, la catena è coinvolta nella distruzione delle foreste pluviali dell’Amazzonia, dove viene condotto illegalmente un mercato oligopolistico della soia, destinata agli allevamenti europei. Ed è anche di violazione dei diritti umani che deve rispondere McDonald’s: in Vietnam, alla Keyhinge Toys di Da Nang City, si lavora 9 o 10 ore al giorno dal lunedì alla domenica per fabbricare i giocattoli che vengono distribuiti negli Happy Meals; non solo, nella denuncia del National Labour Committee, associazione americana per i diritti dei lavoratori, si parla di paga sotto il minimo salariale, condizioni di lavoro pietose. Migliori, ma comunque preoccupanti, sono anche le condizioni di lavoro di tanti commessi e commesse che si trovano chiusi in ristoranti di tutto il mondo a lavorare in orari inaccettabili e contratti di lavoro a breve termine.


L’ostracismo alla Coca-Cola bandita in Bolivia, porta motivazioni simili. L'espulsione della Coca-Cola è stata giustificata dal governo con l'affermazione che “contiene sostanze che pregiudicano la salute e che potrebbero provocare attacchi cardiaci, ictus e l’insorgenza di tumori. Non solo una decisione di salute, ma anche di cultura”. Inoltre, la multinazionale di Atlanta è stata sottoposta spesso anche a rigidi controlli fiscali, con lo scopo di appurare eventuali irregolarità dal punto di vista contabile, violazione dei diritti dei lavoratori, nonché lo sfruttamento illecito degli operai. Al di là delle motivazioni riguardanti la salute e della lotta allo sfruttamento, anche in questo caso si tratta di un’iniziativa anticapitalista e anti americanista, dove non mancano motivazioni di tipo economico. Innanzitutto vi è la volontà di preservare la coltivazione di foglie di coca dallo sfruttamento da parte di aziende straniere: esse sono infatti sempre più utilizzate nella produzione di prodotti di largo consumo fra cui, afferma il governo nonostante le plurime smentite della multinazionale, proprio la Coca-Cola. Già nella nuova costituzione indigenista - voluta proprio da Morales e approvata con un referendum nel gennaio 2008 – la coca è stata definita patrimonio culturale della Bolivia e fattore di coesione sociale. Largo, quindi, ai prodotti nazionali: quest’anno con la riscoperta del Mocochinchè e lo scorso anno, con il lancio sul mercato della Coca Colla – con un gioco di parole volutamente ironico, dal nome degli indigeni Colla originari dell'altopiano andino – una bibita prodotta da estratti della millenaria foglia di coca, che ricordava, nel marchio e nei colori, il prodotto statunitense.

Ad ogni modo, quali che siano le motivazioni alla base della scelte operate dal governo andino, la scomparsa dal mercato boliviano della bibita statunitense e dei burgers non può che essere accolta con un sorriso. Meno danni all’ambiente ed alla salute; meno sfruttamento del lavoro; più valorizzazione della cultura e delle tradizioni alimentari locali: sembrano ragioni più che sufficienti. Ed anche senza McBurger e Coca-Cola non sarà la fine del mondo.


Valentina Russo

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