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L'inchiesta sui segreti di Andreotti del Fattoquotidiano.it.Prima puntata. I contatti col Vaticano e Pio XII

domenica 12 maggio 2013


Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: la storia e i segreti del Divo raccontati in quattro puntate dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez
Nato a Roma sotto il segno del Capricorno, il 14 gennaio del 1919, al terzo piano di via dei Prefetti 18, a un passo dalla Camera dei Deputati, Giulio Andreotti inizia in salita. Il padre, maestro elementare, muore di pleurite quando Giulio ha due anni lasciando senza redditi e pensione la famiglia. Elementari alla “Gianturco”, liceo al Tasso dove studiano anche i figli del duce, Andreotti da ragazzo si mantiene lavorando come claqueur nei teatri romani. Deciso a diventare medico s’iscrive invece a giurisprudenza e si laurea con una tesi sulla “Personalità del delinquente nel diritto della Chiesa”.

«Non scrivo la storia, mi accontento della cronaca», è una delle sue frasi più citate. Ma la sua vita, sempre sospesa tra la cronaca politica e quella giudiziaria, rappresenta il pezzo più ingombrante degli ultimi 70 anni di storia italiana.

E’ stato per sette volte presidente del Consiglio. Per trentatré volte ministro. Ha retto per anni dicasteri importanti come quelli delle Finanze, della Difesa, degli Esteri, del Bilancio e del Tesoro. Tra il 1969 e l’84 ha visto il suo nome finire per 26 volte davanti alla commissione inquirente. Ma tutte le denunce sono state archiviate. Poi è stato processato. Per mafia a Palermo. Per omicidio a Perugia. Dall’accusa di omicidio l’hanno prima assolto, poi condannato e infine ancora assolto. Da quella di mafia l’hanno in parte assolto e in parte prescritto, ma solo uno degli oltre 35 collaboratori di giustizia che lo accusavano è stato indagato per calunnia.

Non è un caso. Come non è un caso che i giudici siciliani nella loro sentenze abbiano utilizzato il secondo comma dell’articolo 530, una norma che, secondo gli esperti di diritto, equivale alla vecchia insufficienza di prove. Nel 1989 aveva detto: “Chi non vuole far sapere una cosa, in fondo non deve confidarla neanche a se stesso”. La sua biografia dimostra come questa sia stata l’unica legge che ha sempre rispettato.


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